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Smart Working: parliamone con Marco Montemagno

Riflessioni sullo smart working con lo zio Monty

Viviamo in un periodo storico di grandi cambiamenti. Siamo immersi in una società liquida, che come il fiume che scorre sta via via erodendo tutte le monolitiche certezze che fino a un decennio fa erano la base delle nostre stesse esistenze.

Una di queste certezze è il lavoro: stiamo infatti assistendo ad un vero e proprio mutamento di paradigma per ciò che riguarda il lavoro per come lo si è inteso fino ad oggi. Il lavoro non è più il posto fisso, l’orario standard, la pausa pranzo e il buono pasto (su questo tema, leggi anche l'articolo sui nuovi paradigmi motivazionali legati allo smart working).

Dopo il telefonino, la tv e l’orologio, ora anche il lavoro sta diventando smart, laddove smart indica un felice matching tra abbattimento dei costi aziendali legati alla produttività e l’aumento delle performance dell’individuo; indica un contesto in cui le esigenze individuali del lavoratore si contemperano, in maniera complementare, con quelle dell’impresa. Tra le tante definizioni di smart working che ho letto in giro, quella che più mi piace è “l’evoluzione culturale e tecnologica del posto di lavoro”.

Voglio però entrare più nel merito.

Recentemente ho avuto la fortuna di ascoltare un punto di vista decisamente interessante, quello di Marco ‘Monty’ Montemagno, che mi ha concesso un’intervista su questi temi e voglio condividerlo con voi.

 


 

Enrico: 
Visto che si fa un gran parlare di smart working, la prima domanda che ti faccio è proprio questa: cos’è per te lo smart working?

Marco: 
Ad oggi lo smart working è molto legato al concetto di lavorare in qualunque situazione. Entrando più nel merito, per me smart working significa lavorare in maniera non solo efficiente ma anche efficace, dove efficiente significa fare le cose nel modo giusto, ed efficace significa fare la cosa giusta.

Ad esempio: sulla mia pelle provo da tanti anni l’esperienza di lavorare da remoto, che per forza di cose ti obbliga a lavorare in modo più intelligente di come lo faresti in ufficio, dove magari perdi un sacco di tempo perchè è più facile. Lavorare con gente a distanza rende le cose più difficili e devi quindi sforzarti per riuscire ad ottimizzare tutto.

Inoltre, non è detto che ciò che fai ogni giorno in maniera efficiente sia poi anche efficace, ti faccio un esempio: io non riesco ad utilizzare i vari tool di project management, come Trello o altri simili, proprio per un problema di efficacia.

Dal punto di vista dell’efficienza sono chiaramente meglio di un email, perchè ti aiutano a fare le cose nel modo giusto e a risparmiare tempo, ma sotto il profilo dell’efficacia non mi convincono perchè utilizzandoli perdo di vista l’obiettivo finale che devo portare a casa.

Per cui questo della consapevolezza degli obiettivi è un tema molto importante. Ogni azienda è diversa, ogni professionista è diverso, mentre spesso noto un approccio troppo standard in questo genere di strumenti.

 


 

Enrico: 
Sono d’accordo con te, spesso i vari tool di project management hanno un approccio troppo generalista che raramente incontra le reali necessità dell’individuo che li utilizza.

Andando avanti, recentemente ho letto stime autorevoli che sostengono che entro il 2025 la metà della forza lavoro opererà in regime di smart working. Come interpreti questo dato? Come dovrebbe cambiare secondo te la forma mentis delle aziende e dei singoli professionisti?

Marco:
Premesso che sono sempre concetti molto generali, ho in mente quella frase che dice “Non preoccuparti di guardare ciò che è distante e che è difficile da intravedere, ma preoccupati di fare ciò che vedi chiaramente e che hai a portata di mano”. Credo che questo sia uno dei temi fondamentali su cui riflettere, da calare poi nella tua gestione del lavoro quotidiana.

In generale però, credo che un tema interessante sia quello di diventare tutti più indipendenti, e ragionare tutti un po’ come imprenditori.

Prendi ad esempio Google, un’azienda enorme che è però strutturata in modo tale che le varie business unit siano di fatto delle startup: in questo modo i vari manager ragionano e si comportano in modo molto imprenditoriale e indipendente.

Mi sembra che stiano finendo i tempi del “ci troviamo, facciamo la riunione, poi un’altra riunione, poi ci sentiamo in call”: penso che queste perdite di tempo gigantesche, che ci sono state per anni, oggi come oggi si possano eliminare a favore di modalità di lavoro che funzionino meglio.
Una cosa che mi colpisce sempre qua in Inghilterra è che spesso incontri qualcuno al bar e ti dice “scusa, devo lasciarti che devo andare a casa a lavorare”.

Un tempo era assurda sta cosa… ma come, vai a casa a lavorare? E invece è così… quello che conta è che porti un risultato, non conta se stai 14 ore in azienda a girare su facebook.

 


 

Enrico:
Dalla tua esperienza, come si posiziona l’Italia rispetto a Paesi più all’avanguardia, come può essere l’Inghilterra, sotto questo aspetto? Pensi che ci sia un gap molto ampio oppure no?

Marco:
Come al solito dipende molto dai posti, ad esempio tra nord e sud ci sono molte differenze. Poi ovviamente dipende molto dalla singola azienda, perchè ci sono aziende e professionisti italiani che sono strepitosi, e ci sono aziende e professionisti inglesi che sono pessimi, dipende sempre dalla singola realtà.

Provando anche qui a generalizzare, la differenza che noto di più sotto questo aspetto è che se fai una riunione o una call con un italiano quel che si può chiudere in 5 minuti si chiude invece in 45. Se invece fai una call con una persona straniera vai dritto al punto, non è che prima parli per 20 minuti del tempo o di Renzi: tutta questa parte viene saltata e quindi sei molto più efficiente.

Che poi sia più efficace fare business così è un altro discorso perchè il fatto di avere questi momenti di conversazione “all’italiana” crea anche più rapporto, e allora poi è difficile quantificare nel complesso se una cosa è meglio o peggio… però lo vedi subito e ti colpisce quanto sia differente il tempo di cui hai bisogno per fare qualcosa con un’azienda italiana o una straniera.

L’altra cosa è che generalmente per le realtà italiane è fondamentale sentirsi per telefono, quando invece credo che una modalità di gestione asincrona funzioni molto meglio: mi dici via mail di cosa hai bisogno ed io ti rispondo quando ho tempo, in base all’urgenza della richiesta. Trovo questa modalità molto più funzionale: se tu mi blocchi al telefono quello è tempo che io non posso utilizzare per fare nient’altro.

Quindi questa è un’altra enorme differenza, la continua ricerca della call fine a se stessa.

 


 

Enrico:
Ci sono altri numeri interessanti che vale la pena commentare. Ad esempio, negli ultimi 5 anni i freelance in Europa sono aumentati del 45% e del 200% se consideriamo il solo settore digital.

Sono numeri che lato azienda dovrebbero far riflettere. A me personalmente fanno pensare ad una ridefinizione del concetto di azienda, anche perchè vedo nascere sempre più realtà imprenditoriali che operano secondo il modello dell’impresa estesa. Tu cosa ne pensi?

Marco: 
La realtà è che se uno vuole essere sincero, c’è un problema legato al posto fisso gigantesco. Poi chiaramente quando uno ne parla la gente si arrabbia, dice che il posto fisso è un diritto e non riescono a capire che quando uno dice che “il posto fisso è morto” non è un giudizio sulla sua importanza, ma è una valutazione di ciò che sta accadendo, è un semplice prendere atto della realtà.

È come se tu venissi in Inghilterra, vedi che piove tutti i giorni e pensi “beh però sarebbe meglio che non piovesse”. Chiaro. Però il fatto è che piove e non possiamo illuderci che non sia così.

Davanti a questa situazione cosa deve fare una persona… inevitabilmente deve diventare imprenditore di se stesso, che è un po’ il mio tema principale.

 


 

Enrico: 
Anche io osservo che in questo periodo storico il modello imprenditoriale si sta spostando sempre più da una dimensione aziendale ad una dimensione individuale.

Mai è successo prima d’ora che la singola persona avesse a disposizione tutti gli strumenti per ritagliarsi il proprio mercato grazie alle proprie competenze specifiche.

Marco:
Sì, ci sono tanti spazi che un tempo non c’erano e questo è chiaro. Io la vedo in maniera molto positiva, la vedo come una grossa opportunità. Il problema è che invece molti non se la sentono, vorrebbero ancora una realtà con la mamma azienda che si prende cura di te tutta la vita, però non è più così.

È inevitabile assistere ad un proliferare di gente che si mette in proprio, dove mettersi in proprio non significa lanciare una multinazionale, significa solo essere padroni della propria attività lavorativa. Io vivo peraltro a Brighton, che è una città di freelance al 100%: non ci sono ‘aziende’ nel senso canonico del termine, sono tutti imprenditori o liberi professionisti, non hai quasi alternativa. È un fatto di cultura.

Ti da più sicurezza l’idea di arrivare alla fine del mese e avere un’azienda che ti paga lo stipendio, però è anche vero che di questi tempi quell’azienda ti può lasciare a casa da un giorno all’altro. Non esiste più quella sicurezza di 10–15 anni fa, se non in isole protette come può essere la pubblica amministrazione, ma nella stragrande maggioranza dei casi non è così e allora ci si deve inevitabilmente abituare a questa nuova realtà.

 


 

Enrico:
Trovo questo tema molto legato al concetto di responsabilità individuale. Nel momento in cui lavori in azienda, per certi versi deleghi buona parte di responsabilità sulla tua vita ad altre persone. Nella mia esperienza ho sempre trovato questa cosa piuttosto limitante: personalmente mi sento più affine a questo nuovo modello.

Marco:
Guarda, è così eh! Io non riesco veramente a capire come ancora ci sia questa resistenza. Tu non hai idea di quanti insulti e quante critiche arrivano ogni volta che faccio un video su questo tema, invece è un tema anche (e soprattutto) nell’interesse di chi oggi lavora come dipendente. Non ho assolutamente nulla contro chi fa il dipendente, ci mancherebbe, ognuno fa ciò che si sente. Però il tema è: non vuoi avere anche un piano di backup nel caso in cui le cose non vadano proprio come ti aspettavi?

In questo modo sei più indipendente: non ti costruisci la pensione in base a un’azienda, ma te la costruisci perchè ti sei creato una tua professionalità e delle competenze… e quella è la tua pensione: in qualunque momento, in qualunque situazione puoi trovarti del lavoro.

C’è questa frase che a me piace molto e che descrive perfettamente questo contesto “Le persone hanno paura di cambiare, e invece dovrebbero avere il terrore di rimanere uguali”.

 

​Chapeau, Monty.

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